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sabato, 25 settembre 2004
[alex] questa domenica in settembre

Alex guardò distratto il cielo smeriglio. Ombre rosa e madreperla, le colline lontane alle spalle, ed i fiumi ormai a pochi chilometri. Insomma, un passo dal ritorno alla città sul fiume. Anni e anni lontano, ora pochi mesi dentro a quella scatola di nebbia, e poi forse via di nuovo. Sa dio se per sempre, ma lui sperava proprio che dio volesse di sì.
Il classico, banale, abusato fiume di ricordi lo avvolse subito, immediato e caldissimo. Un bagno di latte, ma di quando ci si sbaglia, e invece dello zucchero ci si mette il sale. Ascoltava i Massive Attack, mentre varcava l’ultima volta, anni prima quel fiume, ma in senso inverso. Per andarsene in qualche altro dove, e là rimanere. E, per una volta in vita, senza se e senza ma. Tuttavia, i se e i ma ce li aveva messi la vita, con la freudianamente fattiva collaborazione di Alex.
Parcheggiò subito dopo il ponte che da sud entra in Pavia. Era un sabato sera d’inizio autunno, frenetici tra gli ultimi tiepidi e nitidi cieli settembrini, e le ultimissime tranche di abbronzatura da portare a spasso. Ci sarebbe stata gente, molta, in centro, ed era meglio parcheggiare lì, anche perché ancora doveva davvero decidere da chi farsi ospitare.  Vide che c’era una grande festa sul fiume. Era la Festa dell’Unità, con banchetti, angoli cucina, spazio per chi ballava, per i giovani eccetera eccetera. “Aria di casa”, pensò, già immaginando lo schiocchio di una birra con sorpresissimi vecchi compagni, e avviandosi si accese una gauloise ultralight. I manifesti dicevano che quella sera c’era il dj Temptacion. “Johnny, ancora da queste parti” pensò. Scese verso la riva, vide un Palco con dietro l’acqua, ed ebbe un primo, tremendo dejavù. Ricordò un palco sulla costa di Genova, Bandiere rosse e verdi - “l’ulivo”, ricordò con finto sforzo e vero rimpianto -, il segretario che parlava. Molti anni, erano quei cinque anni prima. E lì nasceva il rimpianto, nell’aver altri occhi in mezzo alla stessa faccia, nel guardare a quello stesso palco con altre volontà, altre emozioni. Non per forza peggiori – non per forza, già, forse addirittura per scelta -, ma evidentemente altre, traccia indelebile del tempo passato rapido, quasi vorace. “Genova, ci devo andare subito, magari già domani”.  Ricordò le notti di viaggio, i sorrisi, le confidenze, le amicizie che crescevano rapide, le convinzioni pubbliche in costante evoluzione e stimolo. Bello.
Tutto lontano, mostrava molte verginità perdute da allora, ma senza ammetterlo, perché già al vento di quella Genova pensava di non aver più imeni di spezzare. E invece no, li aveva avuti e il dejavù li illuminava di colpo tutti. Pensò che forse avrebbe continuato a riscrivere a quello stesso modo la sua storia, di lustro in lustro, anno più anno meno.
“Non ci posso credere, il compagno Alex” sentì dire da voce chiara e riconoscibile.
“Ciao comandante” rispose commosso, sciogliendosi nel primo abbraccio.
“Ti devo parlare, al più presto. Mi hai scritto che ti fermerai quasi un anno, e c’è un progetto grosso…”
“Forse, forse meno, forse di più. Ma se domani sei libero si può andare insieme a Genova, partendo quando ci si svegli. E parliamo di quello che vuoi”.
“Fatta”.
“Ti passo a prendere io alle undici”.
“Ma dove dormi stanotte? Se vuoi da me c’è posto, ti avevo detto…”
“Ti faccio sapere, ho altri inviti ma sto valutando”. Non ricordava che gli avesse detto, ma faceva nulla. Sapeva di quanto sincera fosse quell’amicizia.

Quel messaggio da un numero non conosciuto, e non firmato era arrivato esattamente all’altezza di Ancona. “So che presto sarai in città. Io ti posso ospitare, e ti devo comunque vedere. E’ importante”. Solo un paio di anni prima avrebbe subito telefonato. “Chi sei? Chi cazzo sei?”. Altri tempi, altra ingenuità, bruciata come una verruca. Così, come in una brutta canzone dei Luna Pop, Alex pochi anni prima si sarebbe agitato a pensare a che donna lo volesse riavvicinare in incognito, voluto o inconscio che fosse. Ora invece sapeva la razionale probabilità che avessero semplicemente sbagliato numero, o che fosse qualcuno che cercava un favore offrendone un altro, senza sapere di essere scivolato nella lista dei numeri cancellati per fare spazio. Un’archiviazione sempre simbolicamente dolorosa, quel tasto “elimina”. Simbolica e definitiva, in questo mondo di memoria digitale in cui la parola “amico” corre abusatissima. Non aveva chiamato, ma la sera, tra abbracci e persone che rivedeva, mentre la birra schiariva la gola e la mente, la tentazione di fare quel numero c’era, eccome. Erano fantasmi, ma di quei fantasmi che pare abbiano la capacità di apparire ad Alex, e vivi, e in carne ed ossa. Dopo morti si agitano come un fascio di nervi, nei tempi biblici del processo di presa di coscienza di sé. Mandò un messaggio cifrato. “Tra un’ora al parco delle rose”. Si accavallò in una molteplicità di memorie intrecciate, pubbliche e private, che tagliavano da capo a fondo il suo pendolarismo esasperato tra la sua città, la città sul fiume, e il resto del mondo.
Lascio la festa con mezz’ora di anticipo rispetto a quell’appuntamento che per il momento era rimasto solo un invito. “Qualcuno ci sarà”, e poi c’erano vie da riconoscere, e una rassegnazione al ritorno da elaborare. Salendo dal fiume al parco, attraverso i budellini medievali, si accorse che un’altra cosa era sempre uguale. La città sul fiume era ancora piena di sveglie che suonavano interminabilmente e a tutte le ore. Ovunque, in ogni angolo, ad ogni passo, anzi no. Sempre in alcuni punti, moltissimi appartamenti della città, che liberavano suoni metallici, o carillon scemi, o banali e assordanti bibibip. Come anni prima, ad ogni sveglia Alex si inventava una storia. Banali dimenticanze che ad un tratto rivelavano al coniuge ossessioni di corna, oppure tragedie vere della solitudine, o della pazzia. Vecchi morti da mesi la cui sveglia suonava ogni giorno alle 15, per svegliarli dal riposo pomeridiano; o giovani disperati e soli che si aiutavano a morire, e per settimane il loro bibibip suonava come un tardivo SOS, che nessuno – nemmeno quando erano vivi – aveva voluto cogliere. “Per chi suona la sveglia”, immaginò alterato una serie di racconti che prendeva spunto da questi orologini provvisti, purtroppo, di pile a lunga durata. Scacciò la pessima idea – tipica di uno che fa altro, col pallino di possedere vene letterarie particolari -, ordinando un gelato con panna montata spolverata di cannella.
Imbucò la lunga stradina che sbucava di fronte al comune: un lembo di bandiera blu cobalto con le stelline fu il primo che vide illuminato. Pietre che parlavano al passato ovunque, la città era ormai una sua piaga personale a cielo aperto. Piangeva gli errori, gli amici, gli affetti. E tutto il resto, sentendosi il protagonista di un filmetto intimista degli anni ottanta, di quelli che imbufalivano giustamente Nanni Moretti.


 

 Arrivato al parco vide il Comandante, quello che aveva incontrato alla festa, che passeggiava placido. Lo intravide da lontano, nel luccichio di una sigaretta deambulante. “Coglione, il mio nuovo numero te l’ho spedito in mail sei mesi fa” gli disse sorridente e bonario.
Alex scoppiò a ridere disorientato ma misteriosamente alleviato.
“Dai, andiamo per l’ultima birra. Offro io, visto che così gentilmente ti sei offerto di ospitarmi…”


















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sabato, 18 settembre 2004
L'affaire Moro di Sciascia. Riflessioni in giorni di congresso.

Ci sono libri scritti per intessere la migliore coscienza civile di un paese.  Libri destinati ad essere raccolti in eleganti collezioni di tascabili in cartonato colorato o, anche, in prestigiosissime collezioni blu orlate oro. Libri, in buona sostanza, vestiti in livrea e destinati all’oblio, stanza segreta in coabitazione con i feretri intellettuali dei loro autori. Franco Fortini e Pier Paolo Pasolini sono i primi due nomi che mi vengono in mente, così naturali. Nella stanza dell’oblio che garantiscono costosissime edizioni “borghesi” – e questa, ammetto, è una captatio benevolentiae a loro due -, e nessuna seria formazione in sede scolastica sul loro conto. Grazie sentite all’egemonia marxista nella scuola e nell’accademia. Ma più di loro – cui comunque le attenzioni di qualche sano docente marxiano vanno -, più di loro è destinata ad essere “casualmente” dispersa la memoria di un altro grande, grandissimo intellettuale italiano, Leonardo Sciascia.

I suoi libri saranno pur letti, e da tanti, ma la sua eredità è forse più difficile e più scomoda di quella lasciate dagli intellettuali marxisti. Forse perché più attuale, e più dolorosa, anche a sinistra. E troppo disperatamente laica per essere rivalutata dal mondo cattolico – cosa che invece capita a Pisolini. Così, almeno, mi è apparsa in queste ore serali, di rilettura del suo dolentissimo “L’Affaire Moro”, dedicato al rapimento e alla morte del politico democristiano, divenuto “Grande statista” per tutta l’Italia, solo dopo quel tragico pugno di minuti in via Fani. Questo annota in apertura, con elegantissimo puntiglio, Leonardo Sciascia, non dopo aver omaggiato con gratitudine proprio Pasolini.

Ad essere sciasciani con lui, due parole andrebbero fatte sul titolo. Perché è vero che “affaire” è parola entrata in un certo linguaggio comune, ma è anche vero che, a me personalmente e forse non solo a me, ricorda subito Dreyfus, con tutto quello che ne discende. Difficilmente Sciascia a questo non aveva pensato.

Sciascia, facile immaginarlo tra una montagna di ritagli di giornali e il dizionario del Tommaseo. Facile, perché è l’unica dritta che da su se stesso, unico esplicito riferimento a sé. Le parole dunque, quelle scritte da Moro e da altri e intessute di inchiostro quotidiano, e gli indispensabili strumenti per capirle, per decriptarle da quella lingua complicata del non dire mai nulla apparendo sempre che si stia dicendo qualcosa di intelligente e utile. La lingua, tra gli altri, anche di Aldo Moro, secondo uno Sciascia che ne scrive nell’estate del 1978. Laicità profonda, unica via per essere onesti e sinceri anche a cadavere ancora caldo o, come in quel caso, rovente.

Moro dovrà cambiare lingua, sperimentare quella del dire, ma che sembrasse “non-dire”, imposto dall’autocensura esercitata in saggissimo anticipo sui suoi carcerieri. E Moro dice, in fondo, di un’Italia tragica, non a caso definita “Nichilista” da Corrado Stajano, mentre scriveva di quegli anni, di quegli stessi folli anni che conducono al 1978. Là un Donat Cattin, il figlio, imbraccia il fucile per insanguinare l’Italia di un’altra rivoluzione solo promessa, qui Moro – sodale del padre – va a morire, sacrificato ad un senso dello Stato di cui – e Moro sul punto dice, eccome se dice – ci si ricorda nei termini della fermezza per l’occasione, conducendo fermamente Aldo Moro alla morte. Eppure terroristi palestinesi furono barattati, per vedersi protetti, e giustamente, proprio secondo Moro. Sciascia, non so come, sembra sottolineare a matita le pagine in cui parla di questo. E Moro non poteva sapere - e anche Sciascia, allora, solo intuire - quale “fermezza” l’Italia avrebbe visto dopo. Leggi speciali in deroga ad ogni principio, con parastato di polizia quasi legittimo prima, ma premi importanti ai condannati per la sola dissociazione dopo. “Io mi dissocio dalle Brigate Rosse – Patito comunista combattente” voleva dire anni di cella in meno. Dunque, quando c’era Moro da salvare non si poteva violare una strettissima e non precisamente definita legalità – unico a chiederlo, o almeno a provare a far sì che se ne parlasse, Bettino Craxi col suo PSI -, quando c’erano le BR da sgominare a suon di libertà personali rubate, allora si potevano sovvertire regole elementari della civiltà giuridica, in modo che un assassino “dissociato” poteva uscire di galera prima di un custode di qualche decina di fucili che, invece, non si dissociasse. Tipica impostazione paternalistica che premia la dichiarazione di conversione – tutta spirituale -, prima ancora di aver capito le reali colpe storiche e materiali – tutte vilmente corporali. Parodia della parodia, tra i primi a godere della “premialità” anti-BR, fu proprio il piccolo Donat-Cattin, come se l’apparato del “potere” – in bocca a Moro, la parola, usata con parsimonia fa tremare Sciascia a me con lui – fosse meglio disposto a cedere quando c’era da risparmiare uno di questi piccoli. Altri, molti altri, senza dissociarsi, avrebbero pagato, anche e soprattutto per non avere fatto nulla, o per una delazione, o per aver tenuto a dormire qualche “compagno” senza porsi troppo il problema di chi fosse.

 

Queste riflessioni sono figlie del libro letto, come una presenza inevitabilmente influenzante sento Sciascia che mi guida a qualche riflessioni e divagazione, su anni che sento assolutamente indispensabili per capire questi. Ma c’è in realtà una domanda, un dubbio che – per vie traverse, e per nulla adombrato da Sciascia – da questa lettura è nato. O “rampollato”, come avrebbe detto Sciascia. Mi sono chiesto e mi chiedo: come sarebbe andata se le BR avesse così, a quel punto o dopo qualche lettera ancora, liberato Moro? Così, senza condizioni, e senza aver trattato. Se l’avessero liberato perché ucciderlo non aveva davvero alcun senso, nemmeno a chi credesse strampalatamente ad una rivoluzione armata fatta rapendo i politici, e non conquistando i mezzi di produzione? Senza chiedere niente, senza pretendere addirittura la liberazione di Renato Curcio sotto processo – e sull’assurdità delle richieste Sciascia è sibillino e insieme chiarissimo -, liberare Moro avrebbe voluto dire, per i brigatisti: “Abbiamo vinto noi”. Pensateci, in un paese sommerso dall’indecente spettacolo di Moro elevato a statista, ma unanimemente ritenuto fuori di sé da tutti gli “amici” che ricevevano le sue lettere, con un PCI ricattato alla fiducia dalla sempre pronta accusa di contiguità con i terroristi, Moro un giorno corre per Roma, urlando che è lui, che è libero. Oppure passeggia nella pioggerellina, come alla fine di “Buongiorno notte”. Lui, sanissimo e lucido, torna alla vita e difende le sue parole, e ne dice altre: ha denudato gli amici di prima, ma è nudo anzitutto lui stesso, anche di sè disse, parlando i loro. Ma è ormai patentato, con la generosa patente di “grande statista”, nè, di fronte all’evidenza, si può più dire che è matto. E si apre allora una crisi democratica seria e necessaria, in un paese bloccato da decenni. Sarebbe stato bello, per tutti,  forse avremmo tutti guadagnato in umanità, in futuro, in democrazia e in libertà. Ma alle Brigate Rosse composte da comunisti combattenti tutto questo non interessava. Presumibilmente, tuttavia, la questione non ha mai appassionato neanche l’altro partito. Quello della fermezza.

Postato da: jacopotondelli a 13:28 | link | commenti (1)

lunedì, 13 settembre 2004

Caro Direttore,

mai come in questi anni l’Occidente ha pronunciato – credo – la parola “occidente”. Come tutte le identità, anche questo nostro occidentalismo militante è fiorito di fronte alla minaccia o, più in generale, perché messo a confronto con l’alteritá. Non che la divisione del mondo in blocchi sicuramente monolitici sia cosa nuova, e qualche memoria – poche, invero – e qualche fastidiosa scoria – troppe, davvero – di quel passato, crepato sulla faglia di una muraglia berlinese, ancora circolano e riemergono. Ma certamente la dizione “occidentale” non era funzionale alla costruzione di quel conflitto – che “freddo” nacque e più o meno tale, fortunatamente, finì -, un conflitto tutto intra-occidentale, a meno che si voglia sostenere la natura “orientale” di un sistema politico, il socialismo reale, che fino a Berlino affondava solide, salde radici, ed era figlio delle idee – da altri traviate – di uno studioso tedesco, allevato a illuminismo ed idealismo. Occidentalissime, dunque. A tacer d’altro poi, il “mostro” incardinato nella Piazza Rossa condivise – e piuttosto in fretta, purtroppo – molti tratti con l’altro, tragico mostro che insanguinò l’Europa, il Nazionalsocialismo, e non fu una calata di barbari da Oriente, ma un cancro politico figlio dell’Europa cristiana.  Chi se la sente, aggiunga pure il suffisso “ebraico” alla radice cattolica e protestante: ma a me pare onta alla ragione, se di quel passato ci si ricorda con minima, davvero minima onestà.

Da quelle ceneri, e di fronte a quella enorme distesa di terre battenti bandiera rossa e tragicamente insanguinate dagli Stalin o dai Ceausescu, l’alleanza occidentale si chiamò “atlantica”, si collocò dunque sulle due sponde del secondo più grande oceano del globo, si volle riconoscere senza crepe all’esterno, ben sapendo delle mille fessure che al suo interno si aprivano per restare aperte. Ad esempio, nelle fiducie – spesso in buona fede, e qualche volta, negli alti ranghi, assai meno – spese da tanti, tantissimi occidentali in attesa che sorgesse il sole del socialismo anche oltrecortina. E poi, direttore, va detto che la definizione “atlantica” non rende giustizia geografica alla grande coalizione democratica che fu. Non per altro, l’Argentina dei Colonnelli o il Cile di quel buonuomo di Augusto Pinochet facevano appieno parte di questo progetto di difesa dell’Occidente, e non mi pare giusto estrometterli da quel glorioso passato solo perché affacciati sull’Oceano Pacifico, un po’ come le coste estremo orientali dell’Unione Sovietica. Qualche decina di migliaia di cadaveri di innocenti sono stati il minimale tributo che serviva pagare alla difesa della democrazia planetaria.

Favole a parte, dunque, abbiamo ereditato un occidente in cui, se è solidissima la tendenza ad autoeleggersi tutori unici e immarcescibili dell’unico Vero o, peggio, dell’unico Giusto, altrettanto è radicata – storia di ieri, non (solo) dei secoli addietro – una coscienza della liberaldemocrazia assai fragile, provvisoria, tanto da dare l’idea che, sotterraneamente, la più bella invenzione che l’Occidente abbia mai prodotto – e cioè lo Stato di diritto – non sia da tutti percepito come un bene irrinunciabile, come l’unico bene pubblico per cui essere pronti a dare tutto, vita compresa, perché la vita degli altri sia appieno degna di essere vissuta. Del resto, sono profondamente convinto che a  costruire culture democratiche solide servano molte e molte generazioni di pace, e non imputo ai presenti colpe che sono soprattutto degli avi.

E tuttavia non riesco a stare tranquillo di fronte ad un occidente che brandisce la spada di questa nuova unità costruita “per alterità”, imperniata sul dagherrotipo dell’invasore moro. Se mi leggessero oltremare, lo so, pioverebbero strali da qualche attico in Mahnattan, ma fa nulla. Non mi piace un’Europa che si definisce “ebraico-cristiana”, dimenticando un passato di sterminio, e solo perché la dizione funziona a meraviglia per escludere la terza religione abramitica. Non credo, da ultimo, che un Occidente dal DNA democratico incerto diverrà più liberale nell’esacerbarsi dello scontro, né che si scoprirà laico se uscirà vincitore da un “conflitto di civiltà”, per utilizzare una dizione che - e mi spiace per i tanti laici che la usano - è tutta impastata di teologia da quattro lire. Non mi unirò alla guerra, direttore, fino a quando non riterrò che la guerra sarà inevitabile. O meglio, già adesso la combatto e so che i “binladisti” sono il primo nemico, che l’integralismo islamico che arma i terroristi è l’avversario più pericoloso. Ma purtroppo non è l’unico. Come tutte le guerre che si rispettino, anche questa ha il dsuo “fronte interno”, e se mi infastidisce la cretineria di chi dice che Bush è come Bin Laden, altrettanto detesto la superficialità di chi cederebbe ogni sua libertà a chi gli promette di difenderla. E scatena una guerra che ha aperto un’altra pustola nel cuore del medioriente – e del mondo -, che non so, non sappiamo fra quanto tempo potremo credere si chiuderà, per poi leggere, oggi, Colin Powell che ammette l’assenza di ogni legame tra quel criminale – sia detto chiaro, che le lingue più lunghe dei cervelli sono sempre in agguato – di Saddam Hussein non mise mano all’undici Settembre. Cosicché la soddisfazione per un Iraq non più baathista non è piena, non sapendo per quanto tempo non sarà democratico e pacificato.

 

Il principio della democrazia liberale, caro direttore, è che tutti cediamo un pezzo della nostra libertà per la nostra sicurezza, ma quella libertà rimane nostra, e che fine fa – ogni giorno – dobbiamo poterlo controllare, come fosse un deposito in cassaforte. Non voglio aver paura di scoprire, un giorno, che qualcuno ha cambiato la serratura senza dirmelo. Sia chi sia: questo no, davvero non fa differenza.

 

Grazie della pazienza, direttore, e buona settimana.

Postato da: jacopotondelli a 17:22 | link | commenti (2)

 

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